Gli effetti prodotti dal Pizzafest sull’economia della ristorazione di Chiaja, e sull’ordine pubblico hanno dimostrato che la “valorizzazione” ipotizzata dall’amministrazione comunale non può aver successo poiché tende a selezionare in negativo la partecipazione popolare. Potrebbe accadere cioè quel che accadde con la costruzione delle Vele al tempo di Maurizio Valenzi sindaco. Quando ancor prima che fossero definiti servizi e funzioni da ubicare nei moduli abitativi, negli appartamenti di Scampia fu immessa una considerevole massa di cittadini meno abbienti provenienti dagli ambiti più degradati della città. Ci si preoccupava di dare un tetto agli emarginati di ogni fatta senza però preoccuparsi di rimuovere le ragioni profonde della loro precarietà economica. Col passare degli anni abbiamo potuto apprezzare i risultati di quella visione urbanistica già all’epoca molto discussa e contrastata.
La più bella strada di Napoli, universalmente considerata un luogo simbolo, proprio per una visione classista, ha smesso di essere frequentata liberamente da tutte le componenti sociali. Essa si presenta per lo più desertificata tranne che nella parte centrale ove spasmodicamente gli arancioni di Palazzo S. Giacomo, cercano di convogliare un po’ di popolazione con l’obiettivo di dimostrare un presunto favore popolare della decisione presa. Dopo una iniziale rassegnazione, i cittadini cominciano a manifestare a muso duro il proprio dissenso per l’inquinamento dell’aria e da rumore, per l’impossibilità di muoversi liberamente sul territorio per l’assoluta inefficienza del trasporto urbano. Del resto, per dimostrare la solitudine dell’amministrazione comunale basterebbe indire un referendum popolare riservato ai residenti della I Municipalità.
L’escamotage di ottenere la chiusura totale di un’arteria ritenuta non a caso di rilevanza primaria per la circolazione veicolare con la sovrapposizione di manifestazioni di scarso interesse e qualità ha prodotto danni reversibili alla linea di costa, all’unità paesaggistica, ai monumenti.
Questa volta a finire sotto la lente d’ingrandimento non è la scogliera fuorilegge tollerata dal Soprintendente Gizzi, evidentemente con la testa già rivolta al prossimo incarico, o la malinconica mutilazione della Cassa Armonica di Errico Alvino e la riduzione ad un ammasso rugginoso dei componenti in ghisa brutalmente asportati. L’attenzione è tutta rivolta all’autorevole spettatore non pagante della manifestazione di Coppa Davis che si terrà a casa sua: Armando Diaz duca della Vittoria. Qualche spirito dissacratore lo ha già investito della qualifica di arbitro.
Napoletano per adozione, essendo nato a Mercato San Severino, il generale Armando Diaz troneggia su via Caracciolo dall’alto del suo piedistallo dal 1936. Sulle pareti marmoree della base è inciso a lettere indelebili l’atto conclusivo dell’Unità d’Italia iniziata con i moti rivoluzionari del Risorgimento e conclusa con la conquista di Vittorio Veneto. Un monumento sorto a pochi metri dalla casa di E.A. Mario, autore della “Leggenda del Piave”.
L’opera equestre di Francesco Nagni, uscita dalle fornaci della Fonderia Chiurazzi - le stesse che utilizzava Gemito per i suoi capolavori - completa l’opera ideata da Gino Cancellotti, futuro preside della Facoltà di Architettura della Federico II. Il monumento, oltre ad esaltare la figura carismatica del Duca della Vittoria, puntava a rinnovare lo stesso clima di tensione sociale ed ideale dimostrato dai napoletani nella Grande guerra, intorno all’opera di rinnovamento intrapresa dal Fascismo per elevare al rango di Regina del Mediterraneo la città di Partenope. Una modernizzazione del tessuto urbano concretizzatasi con la realizzazione del Rione Carità, le bonifiche urbane di San Pasquale a Chiaja e del Rione Flegreo, con la costruzione della città (l’Oltremare) e l’espansione e l’arredamento del Porto dell’Impero.
Per realizzare il segnacolo del progresso littorio, dopo un concorso nazionale, fu scelto il progetto di Cancellotti consistente in un’ampia piazza d’armi in travertino, ingentilita dalla presenza di due grandi fontane circolari, e per centro una quadrata colonna sovrastata dal bronzeo simulacro di Armando Diaz. L’unica indulgenza retorica – del resto comprensibile per l’utilizzazione militare del candido complesso monumentale – due alti pennoni dislocati ai lati della “rotonda Diaz” anch’essi incastrati in altrettanti blocchi di travertino.
Nell’ambito del grande progetto arancione per la “valorizzazione” di un luogo simbolo già di per sé incantevole e per questo noto nel mondo, gli amministratori comunali e l’incredibile soprintendente, quest’ultimo dopo aver ottenuto l’allontanamento dello stadio tennistico e del back stage dall’arenile, dalla murata e dalla rotonda di Alvino, hanno concesso al Circolo del Tennis di erigere proprio sul monumento a Diaz un enorme “casatiello” di ferraglia. Una struttura orrenda che, di fatto, ha nascosto – a seconda del punto di osservazione – la collina di Posillipo ed il Castel dell’Ovo e che l’organizzazione, per ripagare i turisti dello scippo paesaggistico, ha pensato bene di collocare lungo i lati lunghi dello stadio due patetiche gigantografie delle viste rubate.
Stessa sorte per il rilevante monumento affogato in un mare di tubi ferrosi, ormai percepibile soltanto per la figura Armando Diaz che emerge a stento dalla curva del “ferro di cavallo”.
L’inopportunità di collocare siffatto mostro metallico in un’area evocante il sacrificio di tante giovani vite napoletane sull’altare del grande sogno risorgimentale, doveva essere dettata dallo spirito che ha accompagnato le celebrazioni del 150 anniversario dell’Unità d’Italia. Mi rendo conto, tuttavia, che ciò attiene alla sensibilità individuale e collettiva. Da un’amministrazione che sta dimostrando di volare bassissimo, se non addirittura al di sotto della linea dell’orizzonte (quartiere a luci rosse), non si può certo pretendere rispetto per i valori spirituali alti e nobili della Patria.
Ma che oltre all’oltraggio debba essere consentita anche la parziale distruzione del monumento questo no! Signor soprintendente intervenga.
Per sistemare a dovere l’ignobile struttura sono stati, infatti, segati alla base i pennoni portabandiera che incorniciavano il monumento nella veduta dal mare. E’ un atto vandalico gravissimo perché denota l’infimo livello culturale dei nostri amministratori comunali e sottolinea anche in questo caso la totale mancanza di iniziative di tutela della Soprintendenza.
Fa rabbia vedere gli sfregi funzionali e strutturali impunemente arrecati nel tempo al Castello di Aselmeyer di Lamont Young, ai capolavori di Giulio Ulisse Arata, di Giuseppe Vaccaro, di Cesare Bazzani, al patrimonio monumentale visibile e di quello negato. Tutto ciò in una città che fa della valorizzazione turistica una delle leve di forza della propria economia è semplicemente pazzesco.
Lidio Aramu
