La moschea di Napoli tra storia e propaganda

La grande moschea in Piazza Duca degli Abruzzi non si farà
Doveva essere – secondo il sindaco de Magistris – “un forte segnale di accoglienza, com’è nella tradizione millenaria di Napoli, e insieme un progetto di riqualificazione di un’area strategica per la città, tra via Marina, il porto, la Ferrovia e la decadente zona del Carmine”.

Per stringere i tempi, l’amministrazione comunale aveva ipotizzato di trasformare la tradizionale sede del mercato del pesce nel luogo simbolo della robusta comunità islamica napoletana. La motivazione, ormai stereotipata, la mancanza dei fondi necessari per adeguare la struttura alle norme di sicurezza europee. Però aveva fatto male i conti non avendo considerato la ferma opposizione degli operatori del mercato ittico preoccupati del trasferimento delle attività commerciali a Volla che avrebbe prodotto una flessione del giro di affari e la perdita del posto di lavoro per molti addetti.

Alla fine i concessionari, autotassandosi, si sono sobbarcati responsabilmente gli oneri dell’adeguamento della struttura mercatale alle norme anti infortunistiche, salvando così oltre duemila posti di lavoro.

Oltre a queste ragioni di carattere socio-economico ve ne sono altre di natura storico-culturale che avrebbero dovuto comunque suggerire all’amministrazione comunale di rivolgere altrove le proprie attenzioni per soddisfare le attese dei musulmani di Napoli. L’edificio del “Mercato Ittico” è l’opera prima di Luigi Cosenza nonché prima testimonianza del Razionalismo a Napoli (1935-1936) progettata in funzione di un processo di sviluppo coordinato dell'intero territorio interessato. A quel tempo prese, infatti, corpo la necessità di creare una nuova via Marittima, un grande asse di collegamento est-ovest di fondamentale importanza per la mobilità cittadina e che per ragioni belliche fu progettata dallo stesso Cosenza circa vent'anni dopo.

Il progetto del Mercato Ittico – regalato da Luigi Cosenza al Comune di Napoli, per alcuni versi può essere considerato la prima manifestazione di dissenso nei confronti della cultura dominante giacchè si opponeva ad un altro progetto magniloquente e costoso in stile neoclassico, redatto dal Genio Civile. Il progettista dimostrò così che si poteva realizzare una struttura funzionale a basso costo, seppur spartana nelle forme.

Ma questo per l’amministrazione comunale ha poca rilevanza. A nessuno sfugge che la Città sta vivendo sulla propria pelle una rivoluzione senza soluzione di continuità e che si connota nell’isolamento d’interi quartieri, nella “gruvierizzazione” del manto stradale, nella privatizzazione delle strutture di pregio (Mostra d’Oltremare, Stazione Marittima…), nella mancanza di un efficiente servizio di pubblico trasporto urbano, nell’assoluta ininfluenza della volontà popolare.

Torniamo dunque alla storia della grande moschea napoletana. Va comunque precisato che a Napoli le moschee ci sono già. Quella che manca è la rappresentazione plastica della presenza islamica in città, un luogo-simbolo.

La vicenda prese il via circa vent'anni or sono. Governava allora la città una coalizione di centrosinistra capeggiata dal socialista Pietro Lezzi. Poi arrivarono Bassolino e la Iervolino che scelsero Ponticelli come sede ideale per la costruzione dell’edificio di culto. Ma non se ne fece nulla.

Inutile dirlo, ogni qualvolta – in qualsiasi città d’Italia – si manifesta la richiesta della locale comunità islamica, la cittadinanza si divide in due fazioni: da una parte chi l’adotta come simbolo d’integrazione, di rispetto per le diversità e di convivenza civile e dall’altra chi, ricordando la condizione dei cristiani oppressi nei paesi islamici ove non possono esporre i simboli della propria fede, la ritiene appunto inopportuna per la mancata reciprocità dei rapporti.

Lo stesso de Magistris del resto ha sottolineato – dando prova dell’esistenza di questi schieramenti - che la costruzione della moschea sarebbe un segnale forte di accoglienza.

Sarebbe interessante a questo punto capire cosa intende il sindaco di Napoli per “accoglienza”. Napoli ed il Mezzogiorno d’Italia hanno nel proprio genoma l’integrazione che è un passo oltre l’accoglienza. Pregio che le deriva dal patrimonio cromosomico delle civiltà che hanno convissuto con l’elemento locale per secoli e secoli.

Senza arretrare molto nel tempo per poter toccare con mano la grande civiltà del popolo napoletano, basta fare una visita al Mausoleo Schilizzi a Posillipo. Nell’obliato sacrario dei caduti napoletani in guerra altri rivoluzionari, dalla camicia un po’ più scura di quella arancione indossata dai fedelissimi del sindaco, nel mai abbastanza deprecato Ventennio, collocarono l’uno a fianco dell’altro, senza distinzioni di sorta, i caduti legionari di terra d’Africa e quelli delle truppe coloniali, gli indimenticabili Ascari.

Gli stessi rivoluzionari d’antan edificarono nel 1939, in un luogo non molto lontano da Posillipo, un “centro multietnico”. Per garantire ai nostri collaboratori libici, abissini, somali ed eritrei la possibilità di radunarsi per espletare le loro pratiche religiose costruirono, una di fronte all’altra, una chiesa cristiano-copta sormontata dalla bianca croce del Mascal ed una moschea con tanto di minareto, cupola e marabutto opera dell’ingegno di Florestano Di Fausto.

Ora si dà il caso che delle due sia sopravvissuta, anche se priva di copertura, soltanto la prima, mentre del Padiglione della Libia restano in piedi soltanto le palme da dattero provenienti dall’oasi libica di Zuara. A questo punto, essendo il Comune di Napoli azionista di maggioranza della Mostra d’Oltremare SpA, ed avendo sostenuto il sindaco che: «L’amministrazione riconosce loro (ai musulmani, ndr) il disagio patito in questi anni e lavora per dare alla comunità islamica un luogo non solo idoneo ma anche gratificante per l’esercizio del culto, come è doveroso in una città democratica che riconosce questo diritto a tutti i suoi abitanti» potrebbe concedere, con un atto realmente rivoluzionario, proprio il suolo dell’ex padiglione libico della Mostra d’Oltremare – da tempo inutilizzato - per costruire la grande moschea di Napoli. Tale atto potrebbe essere completato con la consegna della chiesa copta alla comunità eritrea di Napoli, rappresentando in tal modo una mutazione copernicana della grigia gestione della Mostra. La costruzione della moschea ed il ripristino dell’edificio di culto cristiano-copto sottrarrebbero l’Oltremare ad una visione strategica miope e affaristica e la riposizionerebbe tra le culture e le economie della sponda sud del Mediterraneo, rinnovando così la mission per cui fu pensata e realizzata.